Festa della donna, i diritti sono o di tutti o di nessuno

La lotta al precariato, alla disoccupazione e ai salari bassi sono il vero strumento per la parità dei sessi

via Vvox

Mi piace pensare alla forza delle istanze femministe come fa Nancy Fraser nel suo “Femminismo per il 99%”. Senza i diritti economici e sociali i diritti civili sono flatus vocis, proclamati ed insieme negati. Insomma, senza lavoro e senza un salario adeguato non c’è libertà. Secondo la filosofa statunitense negli ultimi trent’anni politiche regressive hanno tagliato i salari, precarizzato il lavoro, aumentato vertiginosamente la diseguaglianza. Questo, del resto, è un dato di fatto incontrovertibile.

Di fronte al pericolo di una perdita di legittimazione dovuto al peggioramento delle condizioni reali della maggior parte della popolazione bisognava trovare un escamotage, un espediente, una via d’uscita. Serviva il gattopardesco “cambiare tutto perché nulla cambi”. Ci voleva qualcosa che consentisse di prorogare delle politiche di destra, la destrutturazione del Welfare State, rendendole però più elettrizzanti e, di conseguenza, appetibili. Qui nasce quello che brillantemente ed efficacemente la Fraser ha chiamato il neoliberismo progressista. Può sembrare un ossimoro, ma è una definizione efficace. Il neoliberismo, per sopravvivere, fa sue le istanze antirazziste, il femminismo, le battaglie Lgbt, le lotte all’omofobia. Lo fa, però, con lo scopo di perpetuare quelle politiche economiche che, in realtà, impediscono che quei diritti che vengono sbandierati siano di fatto riconosciuti. Nasce simbolicamente un’alleanza tra Wall Street, Hollywood e la Silicon Valley.

Proviamo a tradurre tutto questo. Con una premessa, per evitare di essere fraintesi. I diritti civili sono sacrosanti. Bisogna sconfiggere il razzismo, bisogna riconoscere diritto di cittadinanza a tutte le identità sessuali, riconoscere e tutelare non la famiglia, ma tutte le famiglie. Tuttavia non possiamo pensare ai diritti e alle libertà, disincarnati dalle condizioni materiali. Questo significa che se io voglio sposarmi, con una donna o un uomo non importa, ma il mio salario povero non me lo consente, il diritto giuridicamente concesso, mi viene materialmente negato. In Italia ci sono 3 milioni di disoccupati, 3 milioni di persone che lavorano con contratti a termine, 2,7 milioni di persone con un part time involontario, 800mila persone che lavorano con contratti in somministrazione con salari medi di 8600 euro lordi annui. Per questo motivo in Italia il 67% degli under 35 abita ancora con i genitori. Posso sposarmi? Per la legge si, ma le mie condizioni economiche non me lo consentono, quindi no.

Tutto quello che sembriamo non capire, lo aveva lucidamente inteso il nostra grande padre Costituente Lelio Basso. Il socialista aveva voluto nell’articolo 36 il riconoscimento ad una retribuzione “sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa” perché “se non sarà garantito a tutti il lavoro, non sarà garantita a tutti la libertà, se non vi sarà sicurezza sociale, non vi sarà democrazia”. Cosa avrebbe detto oggi al nostro paese che consente che il 30% degli under 24 guadagnino meno di 800 euro e che il 12,2% dei lavoratori siano poveri?

E in Veneto? Nella nostra regione ci sono 800mila persone a rischio povertà, in 10 anni i contratti precari sono passati dal 8% al 17%, i part time involontari dal 4 % all’8,5%.

E le condizioni delle donne? Il gender gap ci rende premoderni: il tasso di occupazione maschile è al 75%, mentre quello femminile al 58%: allarmante. Le donne guadagnano mediamente il 35% in meno degli uomini.

Poi c’è la cultura regressiva della classe dirigente leghista, con i suoi Fontana e i suoi Pillon, con quel brodo neofeudale di gretta omofobia e rozza visione patriarcale. Nel 2020 questi uomini in cravatta con la clava attaccano la 194, in una regione che si definisce moderna, ma nella quale ancora i tre quarti dei medici sono obiettori di coscienza,rendendo spesso critica l’erogazione di un servizio in un momento già complesso e difficile per le nostre donne.

Continuiamo a batterci, anche in Veneto, per i diritti civili. Facciamolo, però, ricordandoci che le lotte per i diritti di tutti e per tutti e la lotta per il salario dignitoso, la diminuzione delle diseguaglianze e i diritti economico sociali debbono ritornare a camminare assieme.